INcanto

Veníte, adorémus Deum, et procidámus ante Dóminum: plorémus ante eum, qui fecit nos: quia ipse est Dóminus Deus noster (Venite, adoriamo Dio, e prostriamoci davanti al Signore: piangiamo davanti a lui, che ci ha creati: perché egli è il Signore nostro Dio) – cfr. Sal 94,6-7.

«Venite, prostriamoci, adoriamo e piangiamo» sono i verbi che, nell’Antifona, delineano il nostro stare davanti a Dio Signore. Pur nella sobrietà del linguaggio, possiamo notare la ridondanza espressa dal chiasmo «Deum Dominum – Dominus Deus». Dio che deve davvero essere il Centro, il Signore della nostra esistenza. Ma se è davvero Lui il nostro Signore, allora il frutto del nostro cammino, della nostra adorazione e delle nostre lacrime è inequivocabilmente un agire misericordioso, pieno di buoni frutti. Il fuoco dello Spirito arde consumando e dissolvendo la nostra esistenza, e trasformandola in luce che brilla davanti agli uomini. Come l’olio della lampada, come il sale della terra.

VENITE ADOREMUS

Antifona di Introito della Festa di Tutti i Santi: Gaudeamus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum solemnitáte gáudent Angeli, et colláudant Fílium Dei. (Gioiamo tutti nel Signore, celebrando la festa in onore di tutti i Santi: della loro solennità gioiscono gli angeli e insieme lodano il Figlio di Dio).

GAUDEAMUS

Résurrexi et adhuc tecum sum, allelúia: posuisti super me manum tuam, allelúia: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúia, allelúia. (Sono risorto e sono ancora con te, alleluia. Hai posto su di me la tua mano, alleluia. Mirabile è diventata la tua conoscenza, alleluia, alleluia.) – cfr. Sal 138, 18.5.6 Vulg.

Le commoventi parole dell’antifona d’introito sembrano le battute di un dialogo tra il Padre e il Figlio. Alla nascita del Verbo erano risuonate le parole del Padre: «Tu sei mio Figlio, Io oggi ti ho generato». Oggi, in modo sommesso, il Figlio dice: «[Papà], sono risorto! Sono ancora con te». Anche visivamente, si può costatare che le note partono dal basso e avvolgono il tetragramma senza salire oltre la sua metà. I quattro Alleluia si muovono fondamentalmente su tre note. Non svettano verso l’alto come ci si potrebbe aspettare; sembrano ricordarci che il primo Alleluia della Resurrezione risuona dal profondo della nostra terra, e che la nostra «vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). È un Alleluia quasi timido che risuona quando è ancora buio, ma stanno spuntando le prime luci dell’alba. È l’Alleluia al termine di una corsa affannosa che ci lascia stupiti perché non ci fa trovare il Signore esattamente dove ci aspettiamo. Ma ci fa vedere una preziosa traccia: il telo che lo aveva avvolto. Anche trent’anni prima un piccolo lenzuolo era stato un grande segno: Dio si era fatto bambino. A guardarci bene, anche il lenzuolo vuoto è un grande segno: il Salvatore non è dentro al guscio delle vesti, ma nel «cuore buono e perfetto» (Lc 8,15). Basta solo comprendere «che egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9). Alleluia.

RESURREXI

Le antifone delle messe natalizie (della notte, dell’aurora e del giorno) riportano una dinamica, una traiettoria da Dio all’uomo: «Tu sei mio Figlio, Io oggi ti ho generato», «Oggi su di noi splenderà la luce» e «Un bambino è nato per noi, un figlio ci è stato dato donato». Nella notte Dio parla e genera il Figlio, come con la Sua parola creò la luce, la prima aurora del mondo. Quella luce è il Bambino, «la luce vera che illumina ogni uomo» che approda «fra la sua gente» (Gv 1,9;11). Le parole dell’antifona gregoriana Puer natus est nobis, filius datus est nobis ci consentono di cogliere una sfumatura in più: l’accento musicale cade sulle parole Puer (un bambino) e datus (donato). Il Bambino è un dono. Ogni bambino è un dono. Ma è un dono dato nobis (a noi), non pro nobis (per noi). Il dono affidato non è una proprietà, ma una responsabilità da condividere e di cui fare massimo tesoro.

PUER NATUS

Santissima Trinità

Benedícta sit sancta Trínitas, atque indivísa Unitas, confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam. (Sia benedetta la santa Trinità e l’indivisa Unità. Confideremo in lei, perché ci ha mostrato la sua misericordia.)

La struggente antifona in ottavo modo, il modo perfetto, è un’esortazione a fidarsi profondamente e ad avere un’idea totalmente positiva di Dio [Bene-dicta sit!]. Se è vero che c’è una legge scritta su tavole di pietra (cf. Es 34,4), è vero anche che essa è scritta in modo indelebile nel cuore dell’uomo (cf. Rm 2,15) e nemmeno il peccato più grave la può cancellare. È solo credendo profondamente «che Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,17) che possiamo «stare lieti, tendere alla perfezione, farci coraggio a vicenda» (2Cor 13,11). Non si tratta di un generico incoraggiamento, ma di crescere nella consapevolezza che «Il Signore Dio è misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). È questa la fede che ci evita la condanna più terribile: trascorrere la vita combattendo contro uno spietato legislatore pronto a coglierci in fallo. Allora, anziché tavole di pietra, avremo cuori di pietra. L’antifona, col suo placido andamento, ci esorta a confidare perché siamo oggetto dell’amore di Dio: fecit nobiscum misericordiam suam. Ecco il segreto affinché il Dio della pace e dell’amore sia sempre con noi (cf. 2Cor 13,11).

Santissima Trinità

Ave maris stella, Dei Mater alma, Atque semper Virgo, Felix cæli porta.

Sumens illud Ave Gabriélis ore, Funda nos in pace, Mutans Hevæ nomen.

Solve vincla reis, Profer lumen cæcis: Mala nostra pelle, Bona cuncta posce.

Monstra te esse matrem: Sumat per te preces, Qui pro nobis natus, Tulit esse tuus.

Virgo singuláris, Inter omnes mitis, Nos culpis solútos, Mites fac et castos.

Vitam præsta puram, Iter para tutum: Ut vidéntes Jesum, Semper collætémur.

Sit laus Deo Patri, Summo Christo decus, Spirítui Sancto, Tribus honor unus.

Amen.

 

Salve, stella del mare, / Madre di Dio che doni la vita / e sempre vergine / porta felice del Cielo.

Ricevendo quell’Ave / dalla bocca di Gabriele, / stabiliscici nella pace, / cambiando il nome di Eva.

Sciogli i lacci ai rei, / dona la vista ai ciechi, / respingi i nostri mali, / ottienici ogni bene.

Dimostrati madre, / attraverso te accolga le preghiere / chi, nato per noi, / accettò di essere tuo.

Vergine senza uguali, / mite più di tutti, / una volta sciolti dalle colpe, / rendici miti e casti.

Dona una vita pura, / prepara un cammino protetto, / affinché vedendo Gesù / sempre ci rallegriamo.

Sia lode a Dio Padre, / al sommo Cristo grazia, / allo Spirito Santo, / ai Tre un unico onore.

Amen.

 

La preghiera Ave Maris stella risale almeno al IX secolo, poiché la si ritrova in un codice di quel periodo custodito nell’Abbazia di San Gallo.

L’origine dell’appellativo «Stella del Mare», dato alla Beata Vergine Maria, è sconosciuta. Secondo alcuni autori potrebbe derivare dalla Bibbia, dal Primo Libro dei Re (18, 43), quando il profeta Elia dice al suo servitore: «Sali, presto, guarda in direzione del mare» nella traduzione CEI 2008, «Ascende et prospice contra mare​» nel testo della Vulgata. Su questa base san Girolamo, sant’Isidoro di Siviglia, Alcuino, Pascasio Radberto e Rabano Mauro avrebbero incoraggiato l’uso di questo titolo.

Ave Maris Stella

Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem. (Agnello di Dio, che porti su di te i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che porti su di te i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che porti su di te i peccati del mondo, dona a noi la pace.)

Agnus Dei (VIII) "Missa De Angelis" XV s.

Cibávit eos ex ádipe frumenti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, allelúia. (Li ha nutriti con fiore di frumento, alleluia, li ha saziati con miele dalla roccia, alleluia, alleluia, alleluia) – Cfr. Sal 80,17 Vulg. I modi gregoriani hanno una sonorità intrinseca che contribuisce a definire sempre meglio il significato dei testi musicati. Ebbene, dobbiamo chiederci cosa abbia spinto l’anonimo compositore medievale a scegliere proprio il secondo modo, il “modo triste”, per musicare un’antifona in cui si parla di nutrimento, miele, frumento, esultanza, con ben quattro alleluia distribuiti nelle tre righe! I doni di Dio non hanno un happy end obbligato. L’uomo può tristemente dimenticare «tutto il cammino che il Signore ha fatto percorrere» (Dt 8,2), può «dimenticare il Signore Dio che lo ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù» (Dt 8,14). Tristemente, l’uomo può anche mangiare il pane del cielo, il pane dell’immortalità e morire (cfr. Gv 6,58), come il prezioso seme può morire soffocato tra sassi e spine (cfr. Mc 4,5;7). L’uomo può anche usare la stessa bocca che «mangia la carne del Figlio dell’uomo» (Gv 6,53) per mordere e divorare i fratelli (cfr. Gal 5,15). Ma basta poco per accorgersi che fare comunione è molto di più che mangiare una particola: con gli occhi della fede è così semplice capire che «poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Co 10,17)! Allora anche la «roccia durissima» (Dt 8,15) del cuore umano può saziare col suo miele tutti coloro che vagano nel «deserto grande e spaventoso» (Dt 8,15) dell’esistenza. Alleluia, alleluia, alleluia!

CIBAVIT EOS

CREDO III –

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factorem cæli et terræ, visibílium ómnium, et invisibilium.
Et in unum Dóminum Iesum Christum, Fílium Dei unigénitum.
Et ex Patre natum ante ómnia sǽcula.
Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero.
Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt.
Qui propter nos hómines, et propter nostram salútem descéndit de cælis.
Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: et homo factus est.
Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est.
Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras.
Et ascéndit in cælum: sedet ad déxteram Patris.
Et íterum ventúrus est cum glória, judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis.
Et in Spíritum Sanctum, Dominum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit.
Qui cum Patre et Fílio simul adorátur, et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas.
Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam.
Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum.
Et exspécto resurrectiónem mortuórum.
Et vitam ventúri sæculi.
Amen.

 

CREDO III

DA PACEM – XXIV domenica per annum

Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, ut prophétae tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui, et plebis tuae Israel. (Dona la pace a coloro che sperano in te, affinché i tuoi profeti siano degni di fede. Esaudisci le preghiere del tuo servo e del tuo popolo Israele) – cfr. Sir 36,18 Vulg.

La liturgia di questa domenica ci pone di fronte alla nota caratteristica dell’autentico rapporto con Dio: il perdono. L’istinto porta alla vendetta, come sancisce Lamech: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette» (Gen 4,23-24). L’antifona, come quella di domenica scorsa, è in modo “grave”, ma sulle parole prophetae tui e fideles inveniantur [i tuoi profeti siano trovati fedeli] modula in sesto modo, il modo “devoto”. E così, ci pone una domanda radicale sulla forza profetica della vera devozione: «Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore? Egli non ha misericordia per l’uomo suo simile, e osa pregare per i suoi peccati?» (Sir 28,3-4). Due bistrophae ribattono la prima sillaba delle parole prophetae e inveniantur per ricordarci la necessità di avere “punti fermi”. Lo scandicus iniziale sale dalla finalis alla dominante su cui è dolcemente collocata la parola pacem. Una pace che non è solo assenza di guerra: è il frutto che il Signore dona a coloro che sono in comunione con Lui, che lo supportano [sustinentibus] nel suo agire salvifico. Un torculus fluido si ripete per quattro volte legando così le parole sustinentibus-tui-preces-tuae: coloro che supportano il Signore, i suoi profeti, i suoi servi, il suo popolo. Una appartenenza a Dio che, come ogni vera comunione, fa assumere le sembianze di chi si ama. E Dio è «magnanimo [macrothumòs] e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà» (Es 34,6), capace di perdonare «settanta volte sette» (Mt 18, 22). Uscendo dalla trappola del «paga quel che devi!» (Mt 18,29), possiamo entrare nella dinamica della magnanimità che consente il perdono [macrothumìa] (cf. Mt 18,26;29). Ogni perdono è in qualche modo una perdita, ma è l’unico modo per entrare nella beatitudine di quella pace (cfr. Mt 5,9) «che il mondo irride, ma che rapir non può» (A. Manzoni, La Pentecoste).

DA PACEM

DEUS IN LOCO SANCTO -XVII domenica per annum

 

Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ. (Dio nella sua santa dimora, Dio che fa abitare unanimi nella casa, Egli darà forza e coraggio al suo popolo.) – cfr. Sal 67,6-7 Vulg.

Anche l’antifona della XVII domenica è composta in quinto modo, il “modo allegro”. La musicalità moderna ha certamente perduto la capacità di riconoscere le sfumature che caratterizzano i vari modi. Nel quinto modo, bisogna sempre chiedersi la ragione profonda che permea di allegria i versetti del salmo 67 citati dall’anonimo musico medievale. Ancora, bisogna porre attenzione alla nota Si (la nota immediatamente sotto la chiave). Nella scala di quinto modo, il Si, apice del trìtono, meritò un appellativo inquietante: diabolus in musica. È una nota difficile da intonare, è il sesto semitono collocato nel bel mezzo dei dodici semitoni della scala, che evoca tutta la simbologia legata al numero biblico 666. Per evitare il terribile trìtono (Fa-Si), solitamente l’intervallo viene aggiustato abbassando il Si (Si♭). Nella frase Deus qui inhabitare facit unanimes la nota Si è del tutto evitata: è solo Dio che crea l’unanimità senza dissonanze. Il motivo di tale unanimità non è l’uniformità ideologica, ma l’essere «conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). La nota Si, in compenso, compare sulla parola domo, quasi ad avvertire che anche nella casa del Signore si trova qualche dissonanza, «pesci buoni e pesci cattivi» (Mt 13,49). La nota Si compare ancora sulle parole virtutem e fortitudinem. La virtù è frutto della lotta per scegliere il bene, è frutto del lavoro di chi scava nel campo (cfr. Mt 13,44). La fortezza, invece, è la placida stabilità nel bene: quella stessa nota, espressione di aspre dissonanze quando è “naturale”, scende di un semitono e, in questo semplice modo, crea due intervalli giusti. Ecco la vera allegria: l’umile abbassamento ci rende davvero fratelli in Gesù, infondendo la certezza che «quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati» (Rm 8,30).

 

DEUS IN LOCO SANCTO

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. (Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete ed io vi esaudirò, e vi libererò dalla schiavitù da tutti i luoghi.) – cfr. Ger 29,11.12.14. Vulg. L’antifona della XXXIII domenica inizia con la solenne affermazione: «Dice il Signore». È una parola che sale alla corda di recita (fa) dal profondo e, nella prima frase, viene solennemente affermata tre volte dalla tristropha e dalla ripetizione dello stesso motivo melodico su dicit Dominus e cogitationes. Con una dolcissima discesa espressa dalla successione di climacus (a partenza dalle note do-si♭-la) che approdano alla clivis finale (sol-fa), il Signore dice che nutre «pensieri di pace e non di afflizione». La vita sembra contraddire palesemente tale affermazione, come pure quella successiva: «Voi mi invocherete e io vi esaudirò». Era esattamente quello che pensava il «servo malvagio e pigro» (Mt 25,26), che vedeva in Dio «un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso» (Mt 25,24) e aveva basato il suo rapporto sulla paura (cfr. Mt 25,25). E Dio, ahinoi, non smentisce una simile proiezione: «Sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso» (Mt 25,26). Ma noi «non siamo nelle tenebre… e non dormiamo come gli altri» (1Ts 5,5-6). Ancora una tristropha dopo il si bequadro su invocabitis [invocherete] sottolinea la fermezza della fede. Alla luce della fede sappiamo che non è vero che “siamo nati per soffrire”, ma siamo nati per prendere parte alla gioia del nostro Signore (cfr. Mt 25,21). Solo Lui ha il potere di liberarci dalle trappole [captivitatem] di una religiosità distorta che spinge a nascondere i talenti in una buca. È la stessa religiosità che ci fa credere padroni di quei talenti. Ma il compito dei servi è soltanto quello di metterli a frutto (cfr. Mt 25,27). Come spenderli, spetta al Padrone.

DICIT DOMINUS

Dies iræ, dies illa, Solvet sæclum in favílla: Teste David cum Sibýlla. Quantus tremor est futúrus, Quando judex est ventúrus, Cuncta stricte discussúrus! Tuba mirum spargens sonum Per sepúlcra regiónum, Coget omnes ante thronum. Mors stupébit, et natúra, Cum resúrget creatúra, Judicánti responsúra. Liber scriptus proferétur, In quo totum continétur, Unde mundus judicétur. Judex ergo cum sedébit, Quidquid latet, apparébit: Nil inúltum remanébit. Quid sum miser tunc dictúrus? Quem patrónum rogatúrus? Cum vix justus sit secúrus? Rex treméndæ majestátis, Qui salvándos salvas gratis, Salva me, fons pietátis. Recordáre, Jesu pie, Quod sum causa tuæ viæ: Ne me perdas illa die. Quærens me, sedísti lassus: Redemísti, crucem passus: Tantus labor non sit cassus. Juste Judex ultiónis, Donum fac remissiónis, Ante diem ratiónis. Ingemísco, tamquam reus: Culpa rubet vultus meus: Supplicánti parce, Deus. Qui Maríam absolvísti, Et latrónem exaudísti, Mihi quoque spem dedísti. Preces meæ non sunt dignæ: Sed tu bonus fac benígne, Ne perénni cremer igne. Inter oves locum præsta, Et ab hædis me sequéstra, Státuens in parte dextra. Confutátis maledíctis, Flammis ácribus addíctis, Voca me cum benedíctis. Oro supplex et acclínis, Cor contrítum quasi cinis: Gere curam mei finis. Lacrimósa dies illa, Qua resúrget ex favílla, Judicándus homo reus: Huic, ergo, parce Deus. Pie Jesu Dómine, Dona eis réquiem. Amen.

 

DIES IRAE

VII domenica per annum

 

Dómine, in tua misericórdia sperávi. Exsultávit cor meum in salutári tuo, cantábo Dómino, qui bona tríbuit mihi (Signore, ho sperato nella tua misericordia. Il mio cuore ha esultato nella tua salvezza, canterò al Signore che mi ha beneficato) – cfr. Sal 12/13,6

L’antifona è costruita su quattro verbi: sperare, esultare, cantare, beneficare. Sono i punti cardinali della nostra vita. È solo sperando nella misericordia che comprendiamo la preziosità della vita: Dio ci offre ancora un’altra occasione per operare il bene. Solo accorgendoci che il Signore è venuto a salvarci riusciamo ad esultare. Solamente sperimentando che Dio è il Signore della vita, e non il crudele tiranno, possiamo cantagli il nostro grazie. Allora il nostro tempio diventa capace di accogliere il prossimo e di elevare canti di lode anziché treni funebri, rabbia e vendetta. Ma tutto ciò non avviene in virtù di un grande sforzo; avviene in conseguenza dell’aver accolto la salvezza venuta da Dio. Lo sguardo riconoscente riesce a cogliere che «il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro» tutto ci appartiene quando apparteniamo al Salvatore perché Cristo è davvero il nostro Signore. E anche in mezzo alle sofferenze della vita, si può vedere che il Signore ci ha colmato di beni. Per un solo motivo: tutto è grazia, per chi vive in Lui.

DOMINE IN TUA MISERICORDIA

XII domenica per annum

Dóminus fortitúdo plebis suæ, et protéctor salutárium Christi sui est: salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hæreditáti tuæ, et rege eos usque in sǽculum. Il Signore è la forza del suo popolo e il rifugio di salvezza del suo consacrato; salva il tuo popolo, Signore, e benedici la tua eredità, sostienili per sempre.) – Cfr. Sal 27,8.9 Vulg.

L’antifona ammanta con un velo di tristezza le parole più belle e incoraggianti che possano essere rivolte ad ogni fedele. Ogni fedele è parte del popolo di Dio, della sua gente, della sua eredità. E il Signore si rivolge a questo suo popolo così speciale come suo Signore, fortezza, salvezza, protettore, benedizione. Ma la tristezza del secondo modo mette in evidenza la dinamica che pervade tutta la nostra esistenza: la paura. Paura della vita, paura degli altri, paura di sé stessi, paura di Dio. È la legge inesorabile della “selezione naturale”, della “lotta per l’esistenza”: «Terrore all’intorno», prevaricazione (Ger 20,10), «insulto e vergogna» (Sal 68), «morte che ha raggiunto tutti gli uomini» (Rm 5,12), «paura di quelli che uccidono il corpo» (Mt 10,28). In una parola: la paura del non senso della vita. Ecco allora la luce di Dio che illumina le tenebre dell’esistenza (cfr. Gv 1,9). Ecco allora Dio che, in Cristo, si fa prossimo ad ogni uomo e «riversa la sua grazia in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,15). Ma è solo nella fede che vinciamo la tentazione sempre sibilante del satiro Sileno: «Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, Il meglio è per te non essere nato, non essere, essere niente». Solo nella fede vinciamo ogni paura (cfr. Mt 10,26), perché sappiamo che «perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati» e certamente noi «valiamo più di molti passeri!» (Mt 10,30-31).

DOMINUS FORTITUDO

III domenica per annum (anni A e B)

Dóminus secus mare Galilǽæ vidit duos fratres, Petrum et Andréam, et vocávit eos: Veníte post me, fáciam vos fíeri piscatóres hóminum (Il Signore presso il mare di Galilea vide due fratelli, Pietro e Andrea, e li chiamò: Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini.) – cfr. Mt 4,18-19.

L’antifona d’Introito riprende la frase con la quale Gesù, chiamando i suoi primi discepoli, svela loro il mistero della sua chiamata: «Diventare pescatori di uomini». È sulla parola “diventare”, in latino “fíeri”, che viene posto l’accento: ben quattro note, ribattute come colpi di martello, ci fanno intendere che il “diventare” non è un atto magico, ma il frutto di un lungo cammino. Come l’essere «unanimi» auspicato da san Paolo. Come la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.

DOMINUS SECUS MARE GALILAEAE

XV domenica per annum

Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sǽcula, et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. (Mentre gridavo al Signore, egli ha udito il mio grido e mi ha liberato da quelli che mi assalgono, e li ha umiliati, perché egli è prima dei secoli e rimane in eterno. Getta il tuo pensiero sul Signore ed egli ti nutrirà.) – cfr. Sal 54,17-20 Vulg.

Le letture della XV domenica ci pongono davanti alla realtà, sconcertante, in cui la Parola di Dio che, pur essendo la stessa forza creatrice, per potersi esprimere in tutta la sua vitalità, necessita di un terreno particolare: il cuore dell’uomo (cfr. Mt 13,19). In modo sorprendente, essa porterà a compimento il suo progetto (cfr. Is 55,11), ma dopo aver attraversato tutte le sofferenze della terra inquinata dal peccato (cfr. Rm 8,22); il lungo tragitto che va dalla semina (cfr. Mt 13,3) fino alla «redenzione del nostro» corpo (Rm 8,23). L’antifona è in modo terzo, il modo “mistico”, che indica una particolare relazione di amore col Signore. Il seme della Parola (cfr. Mt 13,19) non è una bella teoria, ma una vita che germoglia, cresce e fruttifica (Mt 13,5;7-8), segno oggettivo del misterioso incontro tra la Volontà di Dio e il libero arbitrio. È bello sapere che l’incontro con la Parola produce comunque un buon frutto. Allora, anche coloro che si avvicineranno [appropínquant] a noi condivideranno il buon frutto di essere «resi umili» proprio da «Colui che rimane in eterno». Ciò si comprende bene osservando l’arcata melodica che sale fin sopra il tetragramma sulla parola humiliávit. Segno evidente che sempre il Signore «innalza gli umili» (Lc 1,52).

DUM CLAMAREM

XVI domenica per annum

Ecce Deus ádjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus Dómine. (Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore sostiene la mia anima: fa’ ricadere il male sui miei nemici, e nella tua verità disperdili, Signore mio protettore.) – cfr. Sal 53,6-7 Vulg.

L’antifona della XVI domenica è composta nel quinto modo, il “modo allegro”. L’allegria pervade le tre sezioni di cui essa è composta, sempre evidenziate da salti di note che dalla dominante cadono sulla tonica, quasi a ricordarci il «buon seme» (Mt 13,24) che cade sulla terra. La prima frase sembra descrivere, con le sue note alla base del tetragramma, che il Signore «aiuto e difesa» si immerge nella nostra vita come il «lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti» (Mt 13,33). L’antico compositore volle mettere l’apice della melodia sulla parola meae, per ricordarci che l’incontro col Signore deve riguardarci sempre personalmente: «A cosa mi serve, cosciente di tanti peccati, di sapere che un giorno il Signore verrà, se non viene nella mia anima, non viene nel mio spirito, se Cristo non vive in me, se Cristo non parla in me?» (S. Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca, X, 7). Così è evidente − una serpentina di neumi tutti sulla dominante − che il male si ritorce su chi persevera in esso. Non sarà un caso che la frase ribatta ben quattro volte il Si bequadro, apice del tritono in rapporto alla finalis del modo: è il famoso diabolus in musica! La terza sezione dell’antifona infonde fiducia perché, sempre, Dio «disperde i superbi» (Lc 1,51), e ci dà il motivo più profondo di tanta allegrezza: «Dopo i peccati, esiste la possibilità di pentirsi» (Sap 12,19). Il neuma sulla parola meae si ripropone sulla parola meus, e con tre piccole scalette discendenti approda alla base del rigo, dove ci aspetta il Signore, Dominus. Negare il peccato significa anche negare la possibilità del cambiamento. Significa che una volta finito a terra il seme marcisce e basta. Ma, con gli occhi della fede, sappiamo che non è così: anche un piccolo seme caduto a terra, grazie al potere di Dio (cfr. Sap 12,18), «diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami» (Mt 13,32).

ECCE DEUS

XXIX domenica per annum

Ego clamávi, quóniam exaudísti me, Deus: inclína áurem tuam, et exáudi verba mea: custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me. (Ti ho invocato perché mi hai esaudito, o Dio: porgi l’orecchio ed esaudisci le mie parole. Custodiscimi, o Signore, come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali) – cfr. Sal 16,6.8 Vulg.

L’antifona della XXIX domenica è ancora in terzo modo, il modo “mistico”. Il testo è tratto dal salmo 16 ed esordisce con una solenne tristropha sulla parola Ego seguita da due salti di quarta che portano la melodia alla dominante: un grido fiducioso che sale dall’Io fino all’orecchio di Dio [aurem tuam] che, grazie al Si bemolle sul torculus, sembra inclinarsi dolcemente verso l’orante. La fiducia di essere esauditi viene espressa con altre due tristrophae sulle parole exaudi e tuarum, entrambe sulla dominante. È la fiducia di chi sa che il disegno di Dio si compie attraverso vie misteriose: «Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca» (Is 45,4). Crescendo in un tale rapporto di intimità, si può comprendere che Dio esaudisce, ascolta, custodisce e protegge e non è il rivale da temere, come invece suggerisce sempre il serpente (cfr. Gen 3,10). Un tempo lontano, Dio aveva creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26) e Gesù, guardando per chi e per che cosa abbiamo speso la nostra vita ancora ci chiede: «Di chi è questa immagine?» (Mt 22,20). Voglia Iddio che possiamo rispondergli: «È la tua Signore», piuttosto che non dover tristemente ammettere: «È quella di Cesare» (Mt 22,21).

EGO CLAMAVI

VI domenica per annum

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum, et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me (Dio, sii per me protettore e luogo di rifugio, per salvarmi: perché tu sei il mio firmamento e il mio rifugio: e per il tuo nome sarai la mia guida, e mi nutrirai) – cfr. Sal 30,3-4.

L’antifona ci esorta a guardare il volto di Dio: protettore, rifugio, salvatore, nutrimento. Per due volte viene sottolineata la parola «rifugio». Ma Dio è anche «mio firmamento». E il firmamento nella cosmologia antica era il grande muro, fermissimo e immodificabile, che divide le acque del cielo da quelle della terra. Il punto fermo che divide il bene dal male, la vita dalla morte. Quel firmamento che ci dona una sapienza a cui non si può accedere con le categorie di questo mondo, ma può essere accolta da un cuore semplice. È solo in virtù di quella sapienza che possiamo togliere da noi l’occhio sempre pronto a vedere il male e la mano pronta a colpire. Ma questo significa essere nutriti dalla giustizia immensa del firmamento. Ben lontana dalla rigida applicazione delle regole. Quando quel firmamento è davvero diventato «mio».

ESTO MIHI IN DEUM

XI domenica per annum

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adiútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. (Ascolta, Signore, la mia voce, con cui ti ho invocato: sii mio aiuto, non abbandonarmi e non disprezzarmi, Dio, mia salvezza.) – Cfr. Sal 26,7.9 Vulg.

Nell’armoniosità del quarto modo, è racchiuso l’incontro fra due voci: quella dell’uomo che grida a Dio, e quella di Dio che umilmente si rivolge alla sua creatura: «Se vorrete ascoltare la mia voce» (Es 19,5). Le note che dalla base del tetragramma salgono fino alla chiave traducono visibilmente il gesto del Signore che «solleva su ali di aquile e fa giungere fino a Sé» (Es 19,4). E quella voce è quasi una supplica: «Lasciatevi riconciliare con Dio». (2Co 5,20). Fatto non semplice. Nel cuore dell’uomo, il demonio instilla sempre la massima disarmonia: l’idea traumatica di essere abbandonati e disprezzati da Dio. Allora, ecco l’istinto di nascondersi da Dio (cfr. Es 3,10) ribaltando l’opzione fondamentale della nostra vita: il Signore non è più il Salvatore, ma il castigatore. Non è «Colui che ci salva dall’ira» (Rm 5,9) ma Colui che la riversa sul creato. Non è Colui che manda a «guarire ogni sorta di malattie e d’infermità» (Mt 10,1), ma che confeziona croci. Questa è la strada dei pagani verso la quale non dobbiamo andare: Eis hodòn ethnòn mè apèlthete (Mt 10,5). Quella voce ancora infonde un potente mandato: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni» (Mt 10,8). Proprio il contrario di quanto impone lo spirito immondo: scacciare gli infermi, risuscitare i demòni, appestare i puri e far morire gli innocenti.

EXAUDI DOMINE

Immacolata Concezione

Gaudens gaudébo in Dómino et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis, et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis. (Io gioisco pienamente nel Signore e la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come una sposa che si adorna di gioielli.) – cfr. Is 61,10 Vulg.

GAUDENS GAUDEBO

XXVI domenica per annum (A)

In nómine Dómini omne genu flectátur, caeléstium, terréstrium et infernórum: quia Dóminus factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis: ideo Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris. (Nel nome del Signore si pieghi ogni ginocchio nei cieli sulla terra e sotto terra, perché il Signore si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce; per questo il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre.) – cfr. Fil 2,10.8.11 Vulg.

L’antifona della XXVI domenica è in terzo modo, il modo “mistico”. È il modo dell’ineffabile, dove le parole esprimono solo un’eco del contenuto. È il modo che, più di tutti, ci apre al mistero. Forse che è una affermazione rara: «Non è retto il modo di agire del Signore!» (Ez 18,25)? La via di Dio non segue la logica strettamente umana. Ha una sua logica, che si illumina solo con la fede, ma conserva inequivocabilmente il suo mistero: «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi» (Sal 24). Ecco allora che la melodia sale subito dal basso alla dominante sulla parola Domini [del Signore], e si mantiene anche alle parole omne genu flectatur [ogni ginocchio si pieghi] con una tristropha su genu e un torculus che sembra descrivere il flettersi delle ginocchia. Una lieve flessione melodica indica anche l’abbassamento del mondo celeste, ma poi riporta a una “flessione verso l’alto”, ben sottolineata da un’altra tristropha, sulla parola infernorum [sotterranei]. Esattamente il contrario di quanto ci si aspetterebbe! È sempre Dio che innalza ciò che è umiliato (cfr. Mt 23,12). Lo stesso frammento melodico, che quindi correla il significato, è presente sulle parole terrestrium e Christus; ma anche su infernorum e mortem. La dinamica ascendente culmina sulla parola Dominus, il vero motivo per cui «ogni ginocchio si piega» (Fil 2,10) e scende poi fino alla kènosi della morte di croce (cfr. Fil 2,8) che si esprime, da ultimo, nella gloria di Dio Padre [gloria Dei Patris] attraverso la successione di due climacus che approdano alla finalis del terzo modo; la stessa finalis su cui termina la parola crucis. È sempre il paradosso, dipinto dalle note, di Dio che si abbassa per innalzarci a Lui, e che sa individuare il motivo di una sincera ricerca interiore anche in mezzo al groviglio dei peccati. Ma è sempre così difficile accettare la “rettitudine” di Dio che trova il modo di far vivere anche l’ingiusto (cfr. Ez 18,28), di fare grande festa «per un solo peccatore che si converte» (Lc 15,10), di «salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10). È invece assai più facile comprendere la rabbia del figlio maggiore (cfr. Lc 15,28) o dell’operaio della prima ora (cfr. 20,10-12), specialmente alla notizia che «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt, 21,31). Da questo, però, ci possiamo accorgere se in noi vive ancora «l’uomo vecchio» (Col 3,9) o abbiamo accolto «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

IN NOMINE DOMINI

XXVII domenica per annum

In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est qui possit resístere voluntáti tuae: tu enim fecísti omnia, caelum et terram, et univérsa quae caeli ambitu continéntur: Dóminus universórum tu es. (Nella tua volontà, Signore, tutte le cose sono poste, e non vi è chi possa resistere alla tua volontà. Tu infatti hai creato ogni cosa, il cielo, la terra e tutto ciò che l’estensione del cielo contiene: tu sei Signore dell’universo) – cfr. Est 13,9-11 Vulg.

Le letture della XXVII domenica sono tutte orientate a farci meditare sullo stridente rapporto fra Dio e il suo popolo, la “vigna del Signore”. L’antifona, scritta in modo “armonioso”, getta una luce atta a stemperare l’interpretazione moraleggiante che ne potrebbe derivare e, soprattutto, mette in evidenza la stabilità dell’amore di Dio. Non è un caso che l’antifona sia tratta dal libro di Ester, celebrazione della Provvidenza divina (due versetti “deuterocanonici”, cioè aggiunti nella versione greca). Visivamente, si può notare che l’armonia torna costantemente sulla nota fa (secondo rigo) indicando tanti punti fermi; ci sono ben sei tristrophaeCaelum et terra et universa [cielo e terra e tutto ciò] sono uniti dalla stessa melodia, come pure omnia [tutte le cose] e caeli ambitu [l’estensione del cielo]. Ma il punto fermo, in realtà, è uno solo. Dio ha affidato a ciascuno un campo da coltivare (cfr. Mt 21,33). Il campo ha sempre caratteristiche comuni: «una siepe, un muro di cinta» (Is 5,5); «una fossa per frantoio» e «una torre» (Mt 21,33). Ma il diavolo fece credere all’uomo che quel limite non fosse il tratto che gli donava una identità, ma ne segnasse l’infelicità (cfr. Gen 3,4-5); gli fece credere che la fossa non servisse a spremere «il vino che allieta il cuore dell’uomo» (Sal 103), ma una cloaca da riempire di fango; gli fece credere che la torre non servisse per discernere il bene dal male, ma per sfidare il cielo (cfr. Gen 11,4). L’antifona ci richiama ancora all’armonia della dimensione originaria, «in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). E con i suoi dolci climacus ci ricorda che il Dio dell’universo è sceso fino a noi per riportarci vicini a Lui.

IN VOLUNTATE TUA

XXI domenica per annum

Inclína, Dómine, aurem tuam ad me, et exáudi me: salvum fac servum tuum, Deus meus, sperántem in te: miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die. (Piega verso di me il tuo orecchio, Signore, e ascoltami. Mio Dio, salva il tuo servo che spera in te. Pietà di me, Signore, perché a te grido tutto il giorno) – cfr. Sal 85,1.2.3.4.

L’antifona della XXI domenica è in primo modo, il “modo grave”. Il testo è un centone composto da tre frasi tratte dal salmo 85 che iniziano con tre verbi di richiesta a Dio: Inclína aurem, salvum fac, miserére mihi (piega il tuo orecchio, salva e abbi misericordia). La melodia, come l’implorazione dell’uomo, parte dal profondo e raggiunge la vetta melodica sulla parola Dómine (Signore). Ricordiamo che la “gravità” è profondamente connessa alla vita e alle sue sorgenti. In poche righe, viene evidenziato il nostro rapporto vitale con Dio: il legame Signore-servo non è un rapporto lavorativo, ma di comunione. Una comunione bella, dove l’umiltà che abbassa – sulla parola quóniam (il perché, la ragione profonda) ci sono note inusualmente gravi – rende capaci della più grande speranza – l’apice melodico è sulla parola sperántem –. Mentre l’uomo innalza la sua preghiera a Dio, «il Signore guarda verso l’umile» (Sal 137) e discende nel cuore dell’uomo: le note di miserére mihi, Dómine scendono fin sotto il rigo. L’invocazione è un viaggio perseverante nella speranza: tota die (per tutta la durata del giorno) espresso con una tristropha e un torculus finale. È il grande viaggio nella certezza che «se egli apre, nessuno potrà chiudere» (Is 22,22). È il viaggio che Gesù fece fare al suo Apostolo: verso [èis] la «regione di Cesarea di Filippo» (Mt 16,13). Cioè verso le sorgenti del Giordano, alle falde dell’Hermon.

INCLINA DOMINE

XXXII domenica per annum

Intret orátio mea in conspéctu tuo: inclína aurem tua ad precem meam Dómine.(La mia preghiera entri al tuo cospetto: tendi l’orecchio alla mia preghiera.) – cfr. Sal 87,3 Vulg.

L’antifona della XXXII domenica è in terzo modo, il modo “mistico” e canta il rapporto con Dio nella preghiera. L’esordio è un pes con intervallo di quarta (sol-do) quasi a descrivere un balzo verso l’alto: «Chi si leva per essa [per la Sapienza] di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta» (Sap 6,14). La melodia della breve antifona è tutta costruita sulla dominante (nota sul rigo con la chiave). Ancora, troviamo un intervallo di quarta (la-re) sull’ultima sillaba di mea proposto in modo speculare (re-la) sulla prima sillaba di tuo, come per indicare che la Sapienza stessa va incontro a coloro che la cercano (cfr. Sap 6,16), come lo Sposo va incontro alle vergini (cfr. Mt 25,10). L’apice della melodia è su inclina per ricordarci che se è vero che Dio piega il suo orecchio verso di noi, noi siamo destinati ad «andare incontro al Signore in alto» (1Ts 4,17), come ancora sottolinea il salto di quarta (la-re); salti di quarta li troviamo ancora precem meam [la mia preghiera] – che dalla finalis sale alla dominante – e su Domine [o Signore]. Tale destino, tuttavia, si compie con la nostra collaborazione: «Andategli incontro!» (Mt 25,6). La vigilanza (cfr. Mt 25,13) ci fa cogliere tutte le occasioni di operare il bene quando si presentano, di versare l’olio della misericordia. Le vergini stolte presumevano che per entrare alle nozze sarebbe bastato essere vergini e portare con sé un contenitore vuoto (cfr. Mt 25,3), e che non avesse importanza arrivare «più tardi» (Mt 25,11). Ma non è così. La supplica accorata con cui inizia l’antifona («giunga al tuo cospetto la mia preghiera») ci mette in guardia dal “presumere di salvarsi senza merito”. Entrare nel Regno non è un dato scontato. Non avere praticato le opere di misericordia corporale e spirituale al momento opportuno ha un amaro epilogo: «La porta fu chiusa» (Mt 25,10). L’incontro con lo Sposo non si improvvisa, va preparato. La lampada «di sé stessi» [heautòn] (Mt 25,1) va «resa bella» [ekòsmesan] (Mt 25,7). È così che poterono entrare alle nozze (cfr. Mt 25,10) tutti coloro che avevano saputo riempire di amore tutti i «piccoli vasi» (Mt 25,4) della quotidianità.

INTRET ORATIO MEA

XXIII domenica per annum

Iustus es Dómine, et rectum iudícium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam. (Tu sei giusto, Signore, e retto è il tuo giudizio: agisci con il tuo servo secondo la tua misericordia) – cfr. Sal 118,137.124 Vulg.

La breve antifona della XXIII domenica si presenta ancora in modo “grave”. L’apice melodico è sulle parole servo tuo. È ancora un’antifona che ci richiama al valore vitale della nostra appartenenza a Dio, dove «essere Suo servo significa regnare» (S. Giovanni Gualberto) e significa anche parlare «affinché il malvagio desista dalla sua condotta» (Ez 33,8). Infatti, «la carità non fa alcun male al prossimo» (Rm 13,10) e di conseguenza «se il tuo fratello ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Lo scándicus iniziale trasporta la melodia dalla finális del modo alla dominante, per poi discendere dolcemente di tre note sulla parola Dómine; in modo speculare tre note analoghe riportano alla dominante sulla parola rectum. In due brevi frasi (tratte dal salmo 118) abbiamo descritto l’agire di Dio verso colui che è in comunione con Lui: giusto, retto, misericordioso. Nella melodia osserviamo che mentre il servo è innalzato, il Signore [Dómine] si abbassa fino alla finális con la sua misericordia. È il mistero dell’incontro fra Dio e l’uomo. Anche l’incontro dell’uomo con Dio ha un suo mistero: è un lungo cammino che inizia col Battesimo, con l’immersione verso [èis] il Suo Nome (Mt 28,19). Certamente significa nutrire un rapporto personale con Gesù. Ma è un rapporto che, per crescere, non può prescindere dalla comunione ecclesiale. Solo nella comunione, camminando insieme verso il Suo Nome [sun-egheménoi èis tò ónoma] (Mt 18,20), possiamo entrare nel mistero della volontà di Dio, fino a desiderare ciò che Lui vuole donarci. «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).

IUSTUS ES